Isacco il Siro

Iniziamo a familiarizzare con alcuni Padri della tradizione siriaca. Per incominciare lasciamoci raggiungere da alcune righe di un grande santo, monaco e solitario, vissuto nel corso del VII secolo., Isacco di Ninive.

Isacco ci interpella, e interpella il nostro modo di vivere la fede, a volte chiassoso, anziché plasmato dallo Spirito di Cristo; polemico anziché forgiato dalla mitezza del Maestro. Isacco afferma:

Chi ha gustato la verità non litiga neppure a proposito della verità. Chi sembri essere zelante nei confronti degli uomini a motivo della verità, costui non ha ancora imparato la verità, come sia. Quando infatti l'avrà veramente imparata, desisterà anche dallo zelo per essa. Il dono di Dio e la sua conoscenza non sono causa di agitazione e grida, ma dove abitano lo Spirito e la carità e l'umiltà è [un luogo] del tutto pieno di pace, e questo è il segnale della venuta dello Spirito, che colui nel quale egli ha preso dimora è reso perfetto in esse. La verità è Dio. Il pensiero che ha percepito Dio non ha neppure lingua per parlare, ha abitato nel suo cuore in un grande riposo e non ha moto di zelo né di litigio, non movimento di furore né [altro] moto [subìto] a motivo della fede, non desiderio di alcunché né la volontà della sua anima desidera fare, ma la sua anima abita in una grande pace, senza discorso, e in una grande quiete. Di fatto l’uomo è mosso dall' ignoranza [ad operare con zelo] per la conoscenza e la correzione degli altri.

  1. Se lo zelo fosse utile alla correzione degli uomini, perché Dio Verbo, avrebbe vestito un corpo per volgere con soavità e modi umili il mondo al Padre suo e si sarebbe disteso sulla croce per i peccatori e avrebbe consegnato quel corpo santo alla passione per il mondo? Ma io dico che Dio non ha fatto questo per altra [ragione] che [quella] di far conoscere al mondo la carità che ha, perché fossimo resi prigionieri della sua carità tramite [quel]la nostra sovrabbondante carità che [procede] dalla percezione di ciò, così che tramite la morte del suo Figlio fosse resa possibile la grande potenza del regno dei cieli, che è la carità. La morte di nostro Signore non fu per salvarci dai peccati, nient' affatto, né per altro [motivo], se non [quello] solo che il mondo percepisse la carità che Dio ha avuto per la creazione.[1]

In queste righe affiora una sapienza del cui sapore si sente spesso nostalgia, una sapienza mite, profonda, arresa e profondamente intrisa del respiro di Cristo.

In tempi di lotte per il dogma, in luoghi in cui – dopo la conquista araba – la chiesa era debole, povera, minoritaria, proprio da quella piccolezza vengono fuori tesori il cui profumo si è sparso scavalcando tante divisioni: i testi dei Siri hanno cavalcato onde che sono andate a irrigare terre diverse, ignorando confini confessionali, e nutrendo la speranza di cristiani etiopi, slavi, greci, latini.

Isacco, Giovanni di Dalyatha, Giuseppe Hazzaya, parlano senza spirito polemico, e invitano a una fede intelligente e piena di mitezza. 

Sono espressione di una minoranza ma non per questo sono ripiegati su sé stessi, chiusi in sterili apologie, o in fatue malinconie. Sono invece uomini appassionati, che sperimentano qualcosa di talmente grande da non esprimere a parole, e sono lanciati verso il futuro, radioso, che la fede in Cristo e l’intimità con lui gli ha schiuso.

Sono uomini ardenti, praticano e propongono uno “sport estremo”, in cui o si rischia la vita o non si gioca: la solitudine e la spoliazione totale, alla ricerca di una terra promessa, nella quale già hanno messo il piede. Questi monaci si lanciano nel vuoto di solitudini desertiche, si arrampicano per vette di virtù scarnificanti, corrono per i sentieri più ripidi dell’interiorità e si immergono per le profondità della gioia divina. 

[1] Isacco, Centurie, IV, 77-78, ed. P. Bettiolo, 182-183.

 

Fr. Paolo Raffaele Pugliese

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